Piccoli comuni – Grandi interrogativi

La legge sui piccoli comuni, approvata in Senato e definitivamente al lancio, non può che essere salutata con apprezzamento, in quanto da troppo tempo si attendeva un provvedimento normativo in materia. Risorse stanziate e la presa di coscienza che esiste un’Italia diversa da quella rappresentata dai grandi centri urbani, ma altrettanto meritevole di considerazione, sono senza dubbio un passo in avanti importante. Tutto questo va ad aggiungersi alla Snai, la strategia nazionale aree interne, a suo modo sperimentale ed innovativa nel cercare risposte costruite ad hoc sulle particolarità dei territori.

Chi scrive non è un difensore in senso assoluto del singolo piccolo comune, quanto piuttosto del diritto di un territorio marginale ad essere considerato di pari dignità rispetto ad un centro urbano.

La valutazione sulla quantità di risorse messe a disposizione e garantite fino al 2023 è oggetto in questi giorni di dibattito, da un lato pochi soldi se si considera la quantità di piccoli enti, da un altro punto di vista congruo, per qualcuno addirittura esagerato. Tralasciando questo aspetto, ritengo però necessario sottolineare alcuni punti.

Partendo dal presupposto che un ente qualsiasi, ma soprattutto di tipo periferico, sia un mezzo per amministrare un territorio e non un fine, la linea da seguire è quella di mettere tale ente in condizione di lavorare, situazione che attualmente non corrisponde alla realtà.

  • Avanzi di amministrazione bloccati: queste risorse sono già in disponibilità dell’ente, e spesso corrispondono a cifre importanti. La scelta di “congelarli” crea enormi problemi, perché limita fortemente le spese di investimento, compreso il cofinanziamento dei bandi, europei, regionali o di altra natura. In sostanza se si accede a bandi per investimenti si deve tagliare su altri capitoli di spesa, con soldi spesso fermi in cassa.
  • Sistema di Unioni da rivedere: l’impressione di chi scrive è che il passaggio alle Unioni sia un bel pasticcio. Non sono contrario ad una gestione più complessiva delle risorse e delle progettazioni di un territorio, non ho mai fatto mistero che su un territorio come quello della valle Grana ad esempio vedrei bene un ambito operativo più largo del singolo comune (la scuola, primo ambito in cui si è applicato davvero questo criterio, seppur con mille difficoltà sta dimostrando che questo tipo di scelte è vincente). Tutto ciò a patto che vengano forniti agli enti gli strumenti, economici e legislativi adeguati. Come possiamo pensare che il funzionario dell’Unione sia un incarico svolto a livello “hobbystico”? Il paradosso del dirigente senza costi di un ente che deve diventare il centro delle politiche di una valle mi sembra testimone evidente che qualcosa non funziona. Lo stesso vale per il doppio incarico di sindaco-presidente unione. In questo caso per svolgere con coscienza e precisione questo ruolo non è ipotizzabile che una persona lavori gratuitamente o con stipendi da 500 euro al mese a tempo pieno. Per sopravvivere da qualche parte si è costretti a tralasciare parti importanti.
  • Personale insufficiente: gli stessi enti devono essere messi in condizione di assumere un numero di persone congruo alle necessità del territorio, basato in parte sul rapporto numerico cittadino/dipendente, ma anche e soprattutto sulla non corrispondenza effettiva cittadini/mole di lavoro da svolgere.
  • Servizi alla persona: inutile girarci intorno, si può garantire un futuro ai territori marginali solo erogando agli abitanti servizi degni dell’epoca moderna. Nessuno pretende l’ospedale a Castelmagno o l’Università a Bellino, ma quantomeno una viabilità dignitosa, connessioni internet adeguate allo sviluppo di attività lavorative ecc questo deve essere garantito.
  • Fiscalità e regole del lavoro adatte: un esercizio commerciale che tiene aperto a novembre a Campomolino oppure a Canosio, non è un’attività commerciale, quanto un servizio sociale al territorio. Partendo da questo presupposto per le aree marginali ( parlo di area montana perché quella conosco, ma non farei distinzione di altimetria quanto di distanza dai servizi) deve essere studiata una fiscalità agevolata che miri al mantenimento di certe realtà economiche, così come alla compensazione dei maggiori costi di accesso ai servizi. Allo stesso modo devono essere applicate regole sul lavoro che consentano con facilità di variare la propria attività lavorativa durante l’anno, per rispondere alla stagionalità di gran parte delle attività legate alla montagna. (esempio agricoltore d’estate, artigiano d’inverno). Una partita iva “montana” che, senza prescindere dai titoli di studio necessari per svolgere un mestiere, consenta però ad un cittadino di valle di essere imprenditore di se stesso e spendersi in più settori. Questo avrebbe indubbiamente un vantaggio fiscale ed economico per lo Stato, in quanto agevolerebbe l’emersione di una certa quantità di nero che è quasi obbligatorio viste le regole attuali. Se l’obiettivo è quello di favorire lo sviluppo di attività economiche in grado di tenere insediamenti produttivi ancorati al territorio, questa misura a parer mio appere essere una di quelle potenzialmente più efficaci. La montagna può offrire possibilità di lavoro, ma a queste devono corrispondere regole sul lavoro adatte alla montagna.
Annunci

Investimenti strategici

Da tempo ormai tutti i cittadini dei comuni medio-piccoli delle Alpi cuneesi sono stati costretti a familiarizzare con risposte dei sindaci che suonano più o meno così: “Vorremmo realizzare quell’investimento, avremmo anche i soldi in cassa, ma non possiamo spenderli”. A questa risposta, laconica, e pronunciata con un certo tono di stizza, le reazioni sono molteplici, all’incirca così:

  1. occhi sgranati su cui si legge “ma mi stai prendendo per scemo?”
  2. occhi allibiti, seguiti dalla frase :”no, spiega un po’ che forse non ho capito”
  3. domanda secca: “ma allora i soldi delle mie tasse dove vanno?”
  4. domanda provocatoria: “che ci stai a fare lì allora?”

Il problema vero sta nel fatto che queste quattro domande se le stanno cominciando a fare anche gli amministratori, ai quali lo stato centrale chiede di amministrare servizi, gestire le richieste dei cittadini, programmare lo sviluppo del territorio.

Se ti chiami Valgrana non hai poi tutte quelle enormi esigenze, ma hai voglia di studiare nuove formule per poter garantire a qualcuno, magari un giovane di valle, di poter vivere occupandoti della gestione di impianti sportivi: d’inverno con il pattinaggio su ghiaccio nel paese vicino, d’estate con l’area sportiva di proprietà del comune. Con un patto ben specifico: il pubblico prova a fare un investimento nel quale il giovane in questione possa entrare (ovviamente si deve passare per bando, quindi non è così scontato), e chiede in cambio al soggetto in questione una volta avviata l’attività di gestire due o tre servizi fondamentali per il territorio. Servizi di informazione, noleggio attrezzature sportive, punto di ritrovo e via dicendo: non necessari all’attività in oggetto, ma funzionali per guide, ristoratori ecc presenti sul territorio. Una specie di patto per il territorio tra pubblico e privato.

Una volta incardinato questo discorso si parte con la progettazione (ovviamente con un progettista che accetta di fare il lavoro ed essere pagato solo se la manovra va a buon fine), si parte con il reperimento delle risorse e si può contare su un avanzo di amministrazione applicabile risicato rispetto a quanto effettivamente risulta dal bilancio. Non riuscendo a reperire tutte le risorse a livello di finanziamenti si pensa di utilizzare lo strumento degli spazi finanziari: in sostanza si chiede allo stato l’autorizzazione ad usare una parte più cospicua di avanzo (sempre soldi in cassa del comune) per realizzare un investimento che l’amministrazione reputa strategico. Sogni di dare risposte al territorio su alcuni servizi, di poter dimostrare che pubblico e privato non solo si possono non sbranare, ma possono coesistere e progettare bene insieme. Dai che ce la facciamo stavolta….

E invece no: spazio finanziario negato. In sostanza l’investimento viene giudicato non strategico e non meritevole di autorizzazione. E’ stata chiesta un’integrazione? no. E’ stato in qualche modo aperto un tavolo di discussione con i dubbi emersi (non siamo mica perfetti, magari non siamo stati chiari abbastanza)? no. E’ stata fatta una valutazione di incidenza del progetto sulle dinamiche del territorio? no. Semplicemente è stato bocciato.

Allora, a chi decide queste cose mi verrebbe voglia di chiedere: avete una minima idea di cosa significhi la parola strategico per un territorio? Una spinta di 30 mila euro su un investimento a Valgrana può significare professionalizzare un gestore di impianti; può consentire ad un buon numero di attività turistiche di trovare soluzione a diversi problemi. Può servire per creare un punto in cui un turista sportivo trova qualcuno competente, appassionato pronto ad erogargli i servizi di cui ha bisogno. Può servire infine a gettare un’ancora ed evitare di perdere l’ennesimo giovane che ci prova, ma che ad un certo punto deve alzare bandiera bianca.

Ebbene credo che abbiamo un concetto di strategia molto diverso. Certo noi siamo 4 poveri amministratori locali, non sappiamo parlare di temi elevati. Ma la gente, a differenza di molti ai piani alti, la guardiamo in faccia. Questo sì che è strategico se si vuole costruire un paese vincente.

EXPA- Turismo e territorio

Ieri pomeriggio si è conclusa la serie di esperienze “in campo” che la valle Grana ha offerto ai visitatori nel 2016; per chi non lo conosce, il progetto EXPA, nato nel 2015 ha come obiettivo valorizzare, tramite giornate di esperienza in azienda, i prodotti, ma soprattutto il lavoro e la cultura territoriale che si trova dietro un mestiere.

Cosa spinge oltre venti persone a sfidare una giornata di freddo e pioggia per conoscere la coltivazione dello zafferano? Cosa spinge una persona a fare un centinaio di km per conoscere un tartuficoltore? O per immergersi nella lavorazione del sidro?

Una risposta univoca non è così facile da trovare, di certo l’aumento dei partecipanti tra il primo ed il secondo anno ci porta a percepire un bisogno di conoscenza ed autenticità sempre più concreto. Chi viene a queste giornate è qualcuno che ha interesse a capire cosa si nasconde dietro la facciata di un prodotto.

L’abbattimento delle frontiere tra agricoltura e turismo innesca così un sistema di promozione e rafforzamento reciproco: il professionista del turismo si trasforma in veicolo per le professioni agricole che, a loro volta, diventano promotori del territorio tramite il loro lavoro.

La scorsa settimana, trovandomi invitato ad un tavolo di discussione pubblica a parlare di paesaggio e territorio, ho potuto raccogliere una dichiarazione di Pastorelli, direttore del CIPRA, il quale ha affermato che “il turismo da solo non basta a salvare la montagna, sarà il settore primario a poterne garantire uno sviluppo”. Expa, nella nostra idea di sviluppo, vuole essere proprio l’anello di congiunzione tra i due settori, mettendoli in comunicazione per sostenersi a vicenda e per rendere più efficace il lavoro di promozione territoriale, agricola e turistica.

Ritengo doveroso dunque ringraziare, a livello personale, tutte quelle aziende e realtà che si sono date disponibili, sforzandosi di realizzare giornate impegnative e non immediatamente redditizie, ma fondamentali per poter compiere questo piccolo passo. Fare un laboratorio per bambini sulla marmellata di fragole in piena stagione di raccolta è uno sforzo non da poco, spendere la propria domenica, in periodo raccolta mele, a far conoscere il sidro, con un bimbo di un anno a casa, è un sacrifico in tutti i suoi aspetti, e deve essere riconosciuto. L’entusiasmo trasmesso, la forte passione per la propria terra, le proprie piante, l’etica ambientale che caratterizza le aziende che si sono messe in gioco non sono quantificabili a livello economico, ma hanno avuto il potere enorme di trasferire al fruitore emozioni autentiche, fondate sulla semplicità. E, personalmente, sono orgoglioso di vivere in un territorio caratterizzato dalla presenza di queste aziende.

L’altro grazie, permettetemi un po’ di partigianeria, va a Sara, che ha tenuto il timone della barca dalla primavera all’autunno. Variabili di ogni tipo caratterizzano un calendario così lungo ed articolato: senza la costante presenza e tenacia di qualcuno che si metta in gioco, ben oltre i contratti professionali, non si può realizzare e concludere una manifestazione del genere. La pioggia, le troppe adesioni o le scarse adesioni, il ritardo di alcune produzioni legate alla stagione anomala…tutti i problemi hanno una soluzione: occorre essere preparati e buttare il cuore oltre l’ostacolo.

A ben pensarci, qui al fondo si ritorna all’inizio del discorso: professionalità e passione di chi coltiva e di chi comunica, a sostegno di una tesi che ritorna spesso. La differenza la fanno sempre e comunque le persone.

Politica o politica?

I recenti avvenimenti legati al futuro, certo, arrivo di un gruppo di migranti a Monterosso Grana e, secondo le comunicazioni recenti della Prefettura in tutte le valli occitane cuneesi, mette una volta di più l’accento su come sia cambiata la geografia mondiale, compresa quella delle nostre montagne. Il mondo si è improvvisamente rimpicciolito, catapultando all’interno di una situazione sociale ed economica divenuta debolissima e marginale negli ultimi decenni, fenomeni di rilevanza mondiale, con tutti gli annessi ed i connessi.

Senza voler entrare nel merito delle posizioni, favorevole o contrario, accogliente o xenofobo, ciascuno si esprime secondo coscienza personale, è venuta fuori in modo evidente una situazione che si può riassumere nella parola debolezza; sia all’interno della comunità sia verso livelli di istituzioni superiori.

Debolezza interna, in quanto la valle Grana, intesa come comunità si è ritrovata divisa, comprensibilmente, tra chi è contrario a prescindere all’arrivo di qualsiasi cosa possa spezzare i fragili equilibri esistenti, tra chi invece è favorevole e chi invece semplicemente prende nota che anche questa terra non può essere esente da certe dinamiche e movimenti e tantovale organizzarsi. I rapporti tra le diverse posizioni, divenuti subito tesi, rispecchiano una mancanza intrinseca di Politica (quella con la P maiuscola, che appartiene al popolo ed al dibattito civico sulla vita della “polis”)

Debolezza interna dovuta alla debolezza delle amministrazioni, di cui faccio parte, sul tema immigrazione: nel marasma totale in cui si annaspa da un po’ di anni a questa parte pochissimi amministratori locali hanno pensato ad un’eventuale gestione del problema con largo anticipo. Mancanza di lungimiranza? Forse, ma sicuramente non avere sindaci che possano dedicarsi solo all’attività di amministratore, in virtù degli strumenti economici inadeguati su cui possono contare non aiuta di certo.

Debolezza interna significa anche lasciare spazio a personaggi che nulla hanno a che vedere con la montagna, che l’hanno sempre snobbata o denigrata, che mai hanno cercato di conoscerne l’anima storica e culturale che la carratterizza, e che ne hanno abbracciato la causa in maniera repentina; una sorta di conversione sulla via di San Magno che personalmente non riesco a spiegarmi se non con ipotesi che sconfinano nella dietrologia.

Debolezza interna significa anche l’incapacità di resistere all’arrivo di politici di vario livello, pronti, come sempre, a mettere la propria faccia quando si odorano campagne elettorali. Tutto ciò non ha sicuramente giovato al processo di elaborazione della questione, fomentando false illusioni sull’attenzione che le forze politiche riservano a determinate realtà. Probabilmente la vigilia di un appuntamento come quello referendario, e gli scenari politici che potranno delinearsi dopo quest’ultimo, hanno attivato un’attenzione maggiore anche su una realtà così piccola come la valle Grana.

Debolezza “esterna” invece significa che nemmeno su una vicenda delicata come questa lo Stato centrale cerca il dialogo con le proprie periferie, continuando una volta di più la propria politica impositiva: essendoci alla base del tutto un accordo commerciale tra un privato ed una cooperativa che opera nella gestione dei migranti il comune in questione non viene allertato preventivamente, ma al massimo riceve una comunicazione a cose fatte. Si conoscono, pur in realtà che stanno rispondendo molto bene alla questione, come quella di Valdieri, le modalità di comunicazione: non più di 48 ore di anticipo sull’arrivo effettivo. La debolezza del sistema montagna si presenta in tutta la sua evidenza: lo stato italiano non riconosce le aree montane come interlocutore con cui concordare i vari passaggi, ma impone.

Debolezza esterna significa non aver saputo negli anni costituire una rete forte di scambio tra realtà simili, capace di dare vita ad un vero e concreto movimento per la montagna in grado di farsi sentire ed essere automaticamente interlocutore dello stato centrale.

Debolezza esterna significa faticare a mettersi in relazione con i propri omologhi che magari hanno affrontato e risolto un problema simile a quello che ci attanaglia (non sto parlando della questione migranti in specifico, ma di tutto ciò che riguarda la partita montagna). Trovare con una rete di relazioni che funziona tutti gli esempi positivi di gestione dei vari aspetti delle aree interne, per usare un’espressione che meglio delle altre identifica zone di Italia in sofferenza per carenze simili.

Debolezza esterna significa che nel corso dei decenni scorsi la debolezza interna ha impedito la formazione di un processo politico interno alle comunità in grado di produrre dei risultati:  ci si è concentrati molto sull’investimento materiale (diciamo abbastanza va che è meglio), ma poco nell’investimento immateriale, la creazione cioè di una coscienza di comunità, che partendo dalla propria storia sappia guardare al futuro, affrontandolo con metodologie moderne che non ne snaturino le peculiarità storiche e geografiche. Appare evidente come questa debolezza, che appartiene anche a chi scrive, possa essere curata solo con sforzi enormi nell’ambito della formazione e della cultura.

Dis-investimenti

In tempi di farse demagogiche ovunque è bene ogni tanto riflettere, su annunci, proclami, scelte ecc..

Rientro a casa or ora da una giunta comunale in cui abbiamo, per l’ennesima volta, affrontato il tema dipendenti/unioni/riorganizzazione degli enti locali. Non volendo far venire il mal di pancia a nessuno sulle decine di questioni e di punti non chiari, mi soffermerei un attimo invece sulla questione “democratica”.

Forse non tutti conoscono il contesto in cui il presidente di un’unione montana deve operare: ricoprire la carica di sindaco e quella di presidente di un ente da creare ed avviare secondo una prospettiva di lungo termine (almeno fino al prossimo cambio di governo). Ebbene, questo secondo incarico, da mal di testa per chiunque sia capace di valutare l’impegno, è totalemente gratuito. Solo l’indennità di sindaco può essere percepita. In comuni sotto i mille abitanti si parla di cifre che si aggirano sui 500-600€ al mese.

Ergo, la persona che ricopre in questo momento una carica nodale per lo sviluppo e la gestione dell’area montana di pertinenza, porta a casa 500-600€ per un incarico che non prevede certo mezza giornata di impegno a settimana. Da amministratore, non sindaco e non in unione, lo ritengo una follia: il rapporto tra impegno e retribuzione non è assolutamente parametrato.

Da cittadino mi chiedo: la democrazia dove sta? E’ chiaro che in un’ottica di questo tipo ricoprire certi incarichi non è concesso a tutti, andando contro al principio della democraticità.

Il disinvestimento nei territori marginali passa anche attraverso la limitazione di accesso alle cariche pubbliche; in contesti di numeri già ridotti per natura questa limitazione ha effetti devastanti; se da un lato si cerca di limitare i costi della politica (fermo restando che i costi della politica realmente esagerati nessuno li tocca davvero), dall’altro non si può scaricare sempre sul più debole una politica di facciata.

PS. I presidenti delle unioni non solleverebbero mai questa questione, ergo lo faccio io, non parte in causa

2016 Odissea nelle valli

Mercoledì sera, a cena, perchè davanti ad un buon piatto in un locale di montagna si ragiona sempre meglio, una parola pronunciata da un amico mi ha suscitato una serie di pensieri.

Autoreferenziale.

Se pensiamo alla montagna si tratta di un termine maledettamente scomodo, ma anche maledettamente ancorato.

L’autoreferenza è divenuta prassi in passato e lo è tuttora, attraversando quelle generazioni di amministratori del territorio, non necessariamente amministratori comunali o di enti, ma anche, in senso lato, di associazioni, società ecc che per decenni hanno avuto in mano le sorti di queste terre. Penso che se la montagna oggi versa nelle condizioni in cui la si incontra ovunque, aldifuori delle realtà urbane di quota che corrispondono alle stazioni da sci, lo debba in buona parte anche a questo sistema che ha richiuso su se stesse le valli, senza renderle al passo con i tempi. Parliamo di un’epoca in cui si è pensato molto all’immediato, ma poco a costruire un futuro: condomini su condomini in grado di riempire le casse comunali con oneri vari, ma privi di senso logico in determinati spazi, oppure aziende agricole sovradimensionate e di impatto problematico sul territorio, oppure ancora la lotta per il contributo alla realizzazione di singoli interventi e l’assenza di politiche mirate allo sviluppo del sistema valli. La mancanza di persone capaci di avere una visione, oppure il loro accantonamento perchè scomodi nella spartizione delle risorse momentanee, ha portato a progetti parziali, rimandando nel tempo la soluzione dei “casi spinosi”, oppure causando la crescita esponenziale dei fattori di debolezza sociale ed economica.

Oggi gran parte di chi, sfruttando tempi diversi e possibilità economiche diverse, poteva fare ma non ha fatto invece pontifica, crocificcendo chi ne ha raccolto l’eredità, mettendone in dubbio l’etica, oppure semplicemente contrastando qualsiasi idea non arrivi dal “cerchio magico”. Alla nuova generazione, alla mia generazione, viene sempre “consigliato” di mettersi in coda, di aspettare, di non dare troppo fastidio, causando una totale perdita di interesse nei confronti dei propri territori. Parliamo di enti, ma parliamo di associazioni, di pro loco, di circoli…Negli ultimi anni qualcosa forse si è invertito, si assiste ad un certo ricambio, ma…sono sempre in agguato da parte dei soliti le lettere ai giornali, le polemiche (velate o meno velate), lo screditamento delle azioni intraprese.

Ho, ed ho sempre avuto, un rispetto enorme per le generazioni che hanno plasmato queste montagne, la meraviglia delle valli occitane dipende da migliaia di anni di interazione tra l’uomo e la natura; ma non sono sicuro di aver voglia di farmi insegnare come si vive e si lavora in una valle da chi ha cercato di importare in montagna il modello urbano, spesso vendendo l’anima per il contribuo economico alla piazza del paese. Abbiamo bisogno di scelte diverse, coraggiose. Abbiamo bisogno di coagulare le poche forze rimaste ed andare a piantare i piedi a Roma, a Torino, dove serve. Ma non per ottenere quattro soldi per un edificio, ma per costruire un sistema montagna nuovo. Fatto di regole adatte al territorio, fatto di leggi che ci permettano di entrare laddove si decide, fatto però anche di progetti innovativi e vie diverse. Ci occorre studiare realtà più evolute, ci occorre che i ragazzi delle valli abbiano scuole di livello, che possano essere anche più preparati dei colleghi, ci occorre la possibilità di inviarli laddove possiamo imparare nuove vie per le nostre terre.

Per fare questo occorre però che chi si investe, lavorativamente, socialmente ed amministrativamente nei territori che ha scelto di vivere, non da pendolare, ma da attore protagonista, possa essere messo in condizione di lavorare. Anche e soprattutto da chi, forse, ai suoi tempi qualche errore lo ha commesso.

 

Fucina collettiva di emozioni…

Due strutture alberghiere, tre agriturismi, due trattorie, un rifugio. Due aziende agricole, 5 siti culturali, una cooperativa agricola, una bottega di alta montagna. Sentieri e piste forestali curate e 3 guide.
Questi gli ingredienti per rimandare a casa contenti per cinque giorni trascorsi in valle due gruppi di escursionisti provenienti dalla Francia.

Si chiama Valle Grana, si potrebbe leggere anche valle Maira, o Stura, Varaita ecc…
Denominatore comune? La natura e l’uomo. Passare una settimana come quella appena trascorsa rafforza una volta di più la convinzione che la montagna diventa capolavoro quando trova la sapiente cura dei suoi abitanti.
La deriva moderna della montagna vista come luogo per forza selvaggio, in cui spesso pastori, boscaioli ecc vengono visti come usurpatori, non avrebbe mai e poi mai creato quel paradiso che oggi chi viene nelle Alpi occidentali può ammirare.
Non si vuole santificare nessuno, e sia chiaro che certi personaggi non piacciono, ma la quotidiana vita che scorre in queste valli è la chiave di tutto.

Siamo pochi, ma capaci di produrre una straordinaria immagine di questo paese, che taglia servizi, che stronca la rappresentatività democratica delle terre alte, o aree interne come forse è meglio definire quella parte di paese, non solo montana spesso tagliata fuori dalle esigenze legislative, ma che puntualmente si ricorda di determinate realtà quando occorre “fare uno sforzo”.

Dapprima fummo carne da cannoni, poi diventammo braccia da catena di montaggio…e oggi? Oggi fanno gola le risorse, acqua, energia ecc…Si parla di centri di amministrazioni di almeno 15 mila abitanti, ovviamente localizzati altrove, di fatto si impedisce ai comuni di spendere le proprie risorse ( non si capisce bene come mai di un salva-Valgrana non ci sia mai bisogno, né di un salva Canosio, mentre di un salva Roma sì..) anche quando sarebbero investite per progetti a servizio della popolazione o in potenziali possibilità lavorative.
Fabrizio Barca, con la strategia nazionale per le aree interne, ha dimostrato che qualcuno a livello politico ha capito la questione, dove si trova il nodo per trasformare le aree interne in potenziali elementi di traino.
Nessuno è chiuso a prescindere su gestioni associate, anzi…in certi casi la montagna è stata capace di precorrere queste vie (leggasi scuole di valle, servizi di trasporto scolastico condivisi, tecnici comunali condivisi ecc). Ma non sarebbe l’ora di rivolgere l’attenzione altrove? iniziare a battere cassa tra gli intoccabili? e non parlo di politici ma di quegli enti che finora sono sfuggiti alle maglie?
Un esempio? Valgrana, 800 abitanti due dipendenti a tempo pieno, tre tempi parziali su servizi tecnici, segreteria e tributi. Scommettiamo che ci sono situazioni ben diverse in Italia?

La scuola di comunità…palestra di futuro

Sempre più spesso e da più parti emerge una necessità di “formazione all’interno delle comunità delle valli”: il fatto curioso e decisivo è che la richiesta arriva dall’interno, che ci si comincia a rendere conto di quanto sia necessario imparare per poter continuare ad essere vivi.

L’inserimento delle valli Grana e Maira nella strategia nazionale aree interne, avvenuto grazie all’impegno di qualcuno che ha visto lontano e non si è fermato alla solita tiritera delle cose che non vanno, e grazie alla straordinaria partecipazione delle diverse categorie coinvolte. ha messo in evidenza come la scuola di Valle, sita a Monterosso Grana per quanto riguarda la primaria ed a Valgrana per quanto riguarda l’infanzia, sia un elemento che spacca la storia della formazione in due periodi: un prima ed un dopo. Concentrare insieme tutti i ragazzi della comunità della valle Grana significa cambiare prospettiva: crescere con l’idea di collettività del territorio significa abbattere, in modo fisiologico, i campanilismi ancora esistenti. Il percorso, travagliato, e doloroso per alcune realtà della valle, è stato irto di difficoltà ma come tutti i progetti nati dovendo superare molti ostacoli ne è uscito forte, ed ha lasciato in chi lo sostiene sempre più convinzione. La scuola di valle è stato uno degli elementi determinanti per l’inserimento di questa area tra quelle pilota.

Ora non resta che inventare la formazione del futuro e far in modo che il polo scolastico diventi un vero e proprio centro di formazione e di cultura per tutte le fasce di popolazione. Collaborazione con Edolo, integrazione scuola famiglia, applicazione di metodi di studio e tecnologie alle tematiche del territorio di valle…molte sono le direzioni su cui muoversi.

Essere ambiziosi significa riconoscere i propri limiti e lavorare per creare prospettive migliori: perché dunque non immaginare una scuola che possa sfruttare competenze singole per aumentare le conoscenze della comunità? Perché non ambire ad un risultato che preveda di formare all’interno del territorio le competenze necessarie ad uno sviluppo armonico dello stesso? Perché non fare in modo che crescano nuove generazioni di progettisti, professionisti e, perché no, filosofi ed amministratori sempre più preparati. In questo momento storico spesso i nostri territori non sono in grado di sviluppare progettualità capaci di sfruttare le proprie risorse e le risorse economiche messe a disposizione in vari canali. Si finisce così per essere preda di speculazioni diverse, con un territorio non attore, ma teatro di giochi che portano altrove i possibili risultati, sia economici sia di miglioramento sociale. Se ciò viene aiutato da una politica per la montagna inesistente, è anche vero che nei decenni scorsi nei territori in questione non si è riusciti ad innescare dinamiche virtuose. Troppo spesso si investe e si è investito sulle strutture e non sulle persone del territorio e sulla formazione di capacità non presenti.

In questo percorso di individuazione di vie possibili e progetti sostenibili la parte politica ha scelto di coinvolgere e lasciarsi guidare dall’istituzione scolastica, aprendo un percorso probabilmente mai esplorato in precedenza.

 

Neve…che manca

Il post di Alberto Cirio prontamente riportato da targatocn ed altri organi di informazione ci riporta per l’ennesima volta all’attenzione la “questione invernale”.

Il turismo della neve è senza dubbio da sempre una fonte di reddito importante per la montagna piemontese, compresa quella cuneese, tanto da prevedere praticamente in ogni stagione invernale una discreta quantità di fondi pubblici convogliati a tamponare la mancanza di neve, la troppa neve ecc.. Sulla bilancia viene fatta pesare la capacità di alcune di queste “macchine dello sci” di spostare gli equilibri occupazionali sul territorio montano.

Personalmente mi verrebbe da chiedere se queste risorse finiscano realmente a sviluppare la montagna, oppure quest’ultima diventi meramente il “campo di battaglia” per partite che si giocano altrove. Non parlo, o quantomeno non solo, della questione “voti”, ma anche e soprattutto di un equilibrio territoriale tra aree montane diverse.

Perché sostenere una stazione sciistica e non le decine (centinaia?) di attività connesse alla neve sparpagliate fuori di esse? Il rifugio della Val Maira che vive una stagione invernale importante grazie a sci alpinismo ed escursionismo su racchetta da neve non ha forse la stessa dignità della società che gestisce impianti a fune? il maestro di fondo che collabora con un rifugio creando una microeconomia non è altresì danneggiato dalla scarsità della neve? La guida alpina che non riesce a lavorare con gli sci alpinisti è figlia di un dio minore?

Gli impianti hanno goduto negli ultimi decenni di flussi di denaro senza pari, investiti in un settore sempre più in difficoltà e destinato spesso (non in tutti i casi per fortuna) a creare flussi di denaro ed economici che non ritornano al territorio, ma che transitano verso altri investimenti ed altre vie. Viceversa le attività, piccole, ecologicamente sostenibili, e magari capace di tenere piccoli insediamenti stanziali in montagna sono perfettamente ignorate da queste misure. Certamente sono realtà incapaci di muovere milioni di euro singolarmente, ma spesso sono condotte da motori della montagna. Paradossalmente in questa categoria rientrano tutte quelle piccole stazioni capaci di incidere sull’economia di una vallata, ma dimenticate perennemente nei vari tavoli di confronto. Lo skilift singolo, o la piccola seggiovia inserita in un contesto montano di moltissime attività spesso viene abbandonata a sé stessa, la grande stazione che vive al 90% su un bene non garantito da madre natura e che denota una miopia di progetto, invece ogni anno viene “dopata” con flussi di denaro pubblico.

Le aree montane rimaste senza stazioni, apprezzate oggi per la loro naturalezza ed incontaminatezza, sono obbligate a proporre attività non connesse esclusivamente alla neve, perché non applicare lo stesso discorso a quelle “città di montagna” create intorno agli impianti? Si tratterebbe in fondo semplicemente di non avere due pesi e due misure, a scapito della montagna dove non nevica firmato.

Michelin Fossano: risorsa o rapina?

Ciò che è accaduto a Fossano, con l’annuncio da parte di Michelin della chiusura dello stabilimento, lascia una serie innumerevoli di interrogativi.
Il primo di tutti riguarda il risultato di una politica che nei decenni passati ha sostenuto l’industrializzazione massificata quale mezzo di sviluppo economico del territorio.
E’ facile, con il senno di poi, dire che forse bisognava differenziare; ma era possibile ai tempi capire che l’espansione industriale avrebbe avuto una fine?
Certo, da un lato si è garantito un benessere relativamente alto a tutti coloro che hanno lavorato nelle fabbriche, ma sul lungo periodo al territorio restano solo macerie.
Se facciamo una panoramica rapida, da Vernante a Madonna dell’Olmo, da Borgo san Dalmazzo a Fossano ecc vediamo come oggi sia pieno di scheletri appartenenti ad industrie che hanno raccolto il massimo guadagno in un breve periodo e poi se ne sono andate, oppure hanno chiuso le attività.
Dall’altro lato abbiamo invece un progressivo consumo di suolo, inteso sia come cementificazione, sia come compromissione della qualità dello stesso, che rende difficile oggigiorno pensare di riutilizzare la stessa terra per altri scopi, ad esempio per l’attività agricola.
Il dramma sociale delle popolazioni alpine, infine, merita un discorso a parte.
La carne da cannoni della prima guerra mondiale è ben presto divenuta la carne da catena di montaggio del dopoguerra. La volontà politica di espandere l’industrializzazione al massimo delle possibilità è prevalsa sulla capacità politica necessaria a rendere le aree marginali vivibili, fornendo quei servizi essenziali a chiunque e favorendo la modernizzazione dei mestieri rurali e montani. Invece, anche laddove si è investito sull’agricoltura si è andati nell’ottica della sua industrializzazione, a scapito di una politica della qualità e dell’efficienza su aree piccole.

Oggi ci troviamo con il paradosso degli operai, magari figli (o nipoti) delle aree montane senza lavoro, con problemi di affitto, casa ecc. E nei paesi dalle medie valli in su, la situazione di abitazioni cadenti e di terreni che restano completamente abbandonati.

Forse qualcosa nel passato è stato letto e gestito in maniera non idonea?
E forse quella generazione di dirigenti sarebbe opportuno che lasciasse spazio a qualcuno con visioni diverse?